Napolitano pensaci tu
Il cambiamento è rimandato Mandato bis. Bersani lascia, la Bindi pure e per Renzi c’è rimasto poco da rottamare

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Dopo la fine del governo Monti nel centrosinistra era nato un sogno. Il sogno di un partito in grado di raccogliere le istanze di un’Italia progressista, capace di coniugare sviluppo e tenuta sociale. Un sogno, soltanto. Non l’incubo che sta vivendo in questi giorni un Pd ben più reale, che non è più neanche un partito, ma un coacervo di forze e correnti, e forse non ha più nemmeno un elettorato identificabile. La corsa per il Colle ne ha dimostrata la fragilità interna, l’incapacità di percepire gli umori sia dei vertici che della base. Prima si è cercato di individuare un nome che raccogliesse i consensi di tutte le forze politiche, e si è solo finito per alimentare scissioni interne. Poi si è cercato di ricompattare il partito e si sono nuovamente alimentate le tensioni tra le parti, facendo insorgere il centrodestra, senza per altro ricucire lo strappo. Nel frattempo si sono immolati sia Franco Marini che Romano Prodi, due nomi tutto sommato spendibili, ma non così. E quel che è peggio si è finito per vanificare l’opera di pacificazione portata a lungo avanti da Giorgio Napolitano, a cui ora si torna a guardare come a un salvatore. Il Pd ha messo insomma a nudo tutta la propria debolezza, incarnata dallo stesso leader Bersani, costretto a sua volta alla resa, così come la presidente Rosy Bindi. Se fosse il gioco dell’oca diremmo che bisogna ripartire dal via.

L’amarezza di queste ore febbrili e vuote vissute dai parlamentari toscani, costretti a guardarsi attorno per capire di chi fidarsi o meno, si rovescia sui social. Parole che esprimono preoccupazione, ma anche impotenza. “Ho fatto una battaglia a viso aperto – racconta su facebook Filippo Fossati – contro la proposta di un accordo con Berlusconi per Marini. Ho promosso e approvato la nuova proposta che univa il Pd. Ho votato Prodi. Ho cercato di farlo votare ad amici di Scelta civica e a qualche Grillino. Ho litigato con chi non lo voleva, qui, su Fb, per le strade di Roma. Il voto mi ha distrutto,come voi, ma io posso girare a testa alta”.

E adesso che si fa, è la domanda che serpeggia tra le fila degli onorevoli e senatori Pd. La strada per uscire dalla situazione di stallo che rischia di far deflagrare il partito è solo una. Bersani sa di avere ormai quella e basta da seguire, stretta e in salita, perché deve rivolgersi a chi ha già espresso la propria volontà di non farsi coinvolgere di nuovo. Ma bisogna provarci. Solo il presidente in questo momento può succedere a se stesso, salvare ancora il Paese, traghettarlo verso un nuovo governo. Momenti di attesa, di trepidazione. Poi arriva la risposta, a diffonderla subito attraverso facebook è il presidente della Toscana Enrico Rossi: il presidente ha accettato. “Napolitano ha dato la sua disponibilità. Adesso – scrive Rossi – lo voteremo e mi auguro che questa volta riusciremo a raggiungere i voti necessari. A tutti quanti voi che mi proponete Rodotà – ripeto persona autorevole, degnissima e qualificata – dico che non avrebbe mai raggiunto i voti richiesti per l’elezione. I grandi elettori del Pd, che non hanno votato compatti neppure per Prodi, si sarebbero divisi ancora di più sul voto a Rodotà. E ora che comincio a intuire i giochetti del Parlamento vi preannuncio che i voti per Rodotà cresceranno ancora grazie ai voti della destra, naturalmente per farci dispetto. Oggi, da soli, non si sarebbe in grado, diversamente da sette anni fa, di eleggere neppure Napolitano. Il bello è che allora fu eletto proprio dalla sinistra e poi ha conquistato la fiducia di tutti gli italiani. Ecco perché questa, nella situazione in cui siamo, è la soluzione giusta”.

Se sarà davvero la soluzione giusta lo si vedrà già dai prossimi giorni, ma di sicuro va nella direzione di una continuità che il parlamento ha subito premiato, votando Napolitano in modo compatto, con l’eccezione del Movimento 5 Stelle che ha insistito su Rodotà, assieme a Sel. Un’altra spina nel fianco, questa di Vendola, destinata a creare ulteriori problemi al Pd, perché il non aver condiviso la scelta del presidente non potrà che aprire una falla nella coalizione. Certo è che anche questa volta non c’è niente di nuovo sotto il sole, e i fischi della piazza sono il sintomo della delusione di una parte consistente dell’elettorato che chiedeva cambiamento e dovrà ancora attendere. Da parte sua Napolitano sa che la sua azione di indirizzo dovrà essere forte e tempestiva, anche perché con 87 anni sulle spalle è plausibile pensare che possa decidere o vedersi nella necessità, salute permettendo e che gli auguriamo di cuore, di lasciare prima della scadenza di questo secondo mandato.

Sorprese a parte si va dunque verso un governo di transizione, con un leader chiamato ad attuare quelle riforme necessarie a modificare un sistema elettorale che ormai ha manifestato la propria inadeguatezza, ma anche ad adottare misure economiche efficaci per favorire la ripresa, contando sull’appoggio di partiti che a loro volta sanno di dover andare incontro a una completa rifondazione in vista di una prossima sfida e per niente interessati a tornare subito alle urne. Eccetto Grillo, che ha probabilmente accresciuto il proprio consenso proprio a causa della debacle subita dal Pd, dove Renzi resta il futuro più probabile, ma dovrà risolvere un grosso problema: tenere assieme il partito, oppure cambiare la sua base elettorale. Di sicuro lì dentro ormai da rottamare non c’è più niente. (Maurizio Abbati)

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