”L’industria perde peso. Pronti a dialogare per il rilancio” Il segretario regionale Cgil, Gramolati: ”Tempo maturo per la condivisione dei progetti tra aziende e sindacati”

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La Toscana perde pezzi. La crisi economica ha determinato un forte impoverimento nel sistema produttivo, soprattutto quello manifatturiero, provocando una netta caduta del prodotto interno lordo. Una deindustrializzazione pericolosa, che si traduce nella scomparsa di migliaia di posti di lavoro, ma che per qualcuno poteva essere la strada giusta per affermare un nuovo modello di Toscana, una Toscana slow fatta di turismo, artigianato, piccola impresa d’eccellenza e qualità della vita, in un equilibrio di produttività e benessere che avrebbero dovuto farne una sorta di paradiso. Ma questo paradiso si è trasformato in un inferno, poiché il modello ha dimostrato di non garantire una tenuta occupazionale. Bisogna fare allora un passo indietro. Aprire le porte alle multinazionali pronte ad investire con nuovi stabilimenti, anche se nel rispetto dei piani di tutela dell’ambiente, rivitalizzare le realtà ancora esistenti, garantire la produttività magari aprendo la strada a una concertazione con i sindacati che permetta di superare le vecchie contrapposizioni. Niente più barricate insomma, ma condivisione, una partecipazione dal basso che permetta di archiviare gli scontri sociali. Una prospettiva su cui ci sarà bisogno di riflettere e confrontarsi, aziende e associazioni industriali da un lato, sindacati e lavoratori dall’altro. Di questa esigenza di dialogo per il rilancio del sistema industriale è pienamente convinto il segretario regionale Cgil, Alessio Gramolati.

Segretario, qual è la situazione dell’industria in Toscana?

“Diciamo che in questi ultimi anni abbiamo assistito a una polarizzazione del sistema industriale. Da un lato abbiamo un nucleo piuttosto piccolo di imprese molto competitive, che hanno saputo investire e fare una scommessa su ricerca, innovazione e internalizzazione, e ora trainano la nostra economia grazie soprattutto all’export. Di contro la gran parte delle imprese non è riuscita a seguire questa strada e ha perso competitività. Il rischio è quello di avere un’industria sempre meno influente sul territorio”.

E quale può essere la via per la ripresa?

“Bisogna spingere le imprese ad imboccare la strada per la crescita. Esiste un gruppo di imprese, che saranno all’incirca 500, pronte a fare il salto verso l’alto se adeguatamente accompagnate. Bisogna riuscire a seguire gli esempi positivi. Come quello rappresentato da Gucci con la sua filiera”.

In questa direzione, che ruolo possono avere i sindacati e come si supera la vecchia contrapposizione. E’ applicabile anche qui da noi un modello come quello di altri paesi dove i lavoratori fanno parte del sistema produttivo non solo come salariati?

“La contrapposizione oggi da noi in Toscana è ampiamente superata, tanto che esistono almeno 52milaaccordi difensivi del lavoro sottoscritti sul territorio, che vanno dalla cassa integrazione alle altre forme di tutela. Credo che sia del tutto maturo il tempo per la condivisione dei progetti di sviluppo tra aziende e sindacati, per passare cioè a una forma di contrattazione in anticipo”.

Un’ultima cosa. Ci può dire secondo lei come è cambiato il rapporto tra politica e sindacato in questi anni?

“Si è modificato profondamente. In peggio. Una volta le difficoltà di un’azienda venivano partecipate di più dalla politica e dalla città stessa, più portate a mobilitarsi. Oggi c’è più distacco, meno radicamento sul territorio. Questo è un problema considerevole e non solo per l’aspetto economico ma anche per quello sociale”. (Maurizio Abbati)

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