Ritorno a Roma. Il fallimento delle autonomie Prima la chiusura delle Province, ora l’idea delle macroregioni: addio al decentramento?

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Come abbiamo fatto ad arrivare al fallimento delle autonomie. Non c’è più dubbio che il processo di decentramento che l’Italia aveva avviato ormai quasi mezzo secolo fa, nel tentativo di creare un rapporto più diretto possibile tra poteri costituiti e cittadini, ma anche una gestione più oculata delle risorse a seconda delle esigenze dei vari territori, appare sull’orlo del fallimento. Almeno se si guarda al processo di segno opposto iniziato negli ultimi anni, che sta riportando allo Stato centrale quegli stessi poteri prima distribuiti ad altri soggetti. Come dimostrano la cancellazione delle Province in quanto enti di primo livello e adesso il progetto di accorpamento delle Regioni in macroaree, che sta riscuotendo crescente successo. Questa inversione di tendenza e questa soppressione delle autonomie, che negli altri paesi hanno determinato un forte arricchimento, basti pensare ai lander tedeschi, non possono che essere interpretati come un fallimento, dovuto principalmente a una problematicità di gestione, o forse anche a quella che in Italia è rimasta una autonomia relativa, che ha portato a una moltiplicazione dei centri di spesa anziché a una razionalizzazione del sistema e a una maggiore operatività. Sta di fatto che ogni giorno ormai si parla di servizi che appare necessario trasferire allo Stato, come ad esempio la gestione del turismo o quella dei centri per l’impiego, che da tempo erano appannaggio di Regioni e Province. E’ vero che di errori ne sono stati commessi tanti, a cominciare dalla moltiplicazione del numero delle Province, che ha cambiato la geografia del paese imponendo nuovi costi; ma anche in ambito fiscale, con la moltiplicazione delle imposizioni e dei tributi, e con i cittadini costretti a mettere mano ai portafogli per le tasse comunali, provinciali, regionali e infine statali. Questo non significa che il giocattolo sia rotto solo perché non riusciamo a farlo funzionare. Dobbiamo valutare quale sia la ripartizione territoriale più appropriata per affidarne la gestione a strutture amministrative decentrate, creare un coordinamento interregionale forte che renda omogenee le scelte in alcuni ambiti e eviti la dispersione di risorse, studiare un nuovo livello di autonomia e i criteri di finanziamento degli enti locali. Non sarà un lavoro facile, ma non dimentichiamo che il decentramento serve anche a snellire le procedure nella programmazione e nella definizione dei progetti di sviluppo. Il rischio di restituire tutte le funzioni nelle mani dello Stato è di appesantire ancor di più una struttura già gravata da tanti adempimenti e di perdere la capacità di proposta da parte del territorio, che gli enti locali invece dovrebbero riuscire a filtrare. Senza contare i problemi che si verrebbero a creare per gli utenti dei servizi più importanti, come quelli sanitari, socio-assistenziali, educativi, che necessariamente debbono prevedere una diretta conoscenza del territorio. Secondo un vecchio detto tutte le strade portano a Roma, ma in realtà tutte si dipartono da Roma, per creare una rete. E’ questa che dobbiamo far funzionare. (Ma.Ab.)

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