La Toscana chiude bottega Crollano le vendite

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Il commercio sprofonda nel solco della crisi, complice una contrazione delle vendite al dettaglio che in Toscana sono passate dal rappresentare il 38% delle spese delle famiglie nel 1991 al 22% dell’anno scorso, mentre quelle per i consumi obbligati come le utenze sono salite dal 31 fino al 46%. E la terra promessa delle liberalizzazioni ha rivelato un effetto boomerang, cioè non solo non ha contribuito ad aumentare le vendite, ma ha messo in forte crisi tutte quelle imprese a dimensione familiare che non possono reggere la sfida oltre a determinare un notevole peggioramento della qualità di vita degli addetti alla grande distribuzione, chiamati in genere a coprire sempre più turni festivi.

Una storia raccontata in modo esplicito dai numeri sulla dinamica delle imprese del commercio in Toscana, che nel 2012 parlano di 7.026 cessazioni contro 4.616 nuove iscrizioni. Nel frattempo le ore di cassa integrazione sono passate da 71.973 del 2009 a 2.813.233 dei primi diedi mesi dell’anno scorso.

E’ proprio per accendere le luci su una crisi profonda del comparto del commercio e sul’effetto di queste liberalizzazioni massicce degli orari di apertura che i sindacati Cgil Cisl e Uil hanno promosso uno sciopero simbolico nei giorni del 25 e 26 dicembre e 1 gennaio, cioè Natale, Santo Stefano e Capodanno. Giorni fino a pochi anni fa dedicati alla festa e su cui oggi diversi esercizi commerciali dell’alimentazione e soprattutto della moda sembrano già puntare per cercare di allargare i propri giri di affari. Per adesso in Toscana casi di questo genere sono rimasti assai contenuti, ma già per le prossime feste sembra che i bandoni sollevati possano moltiplicarsi. E chi si troverà di turno non potrà che saltare il panettone e affrettare lo scambio dei regali. Come consolazione qualche euro in più in busta paga. (Maurizio Abbati)

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