Lavoro irregolare e i falsi uccidono la pelletteria

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Sottopagati e falsificati. Gli artigiani della pelletteria toscana dicono basta. “Il sistema che manda a casa i dipendenti italiani sostituendoli con quelli di nazionalità cinese, assunti (solo sulla carta) part-time per lavorare invece il doppio, se non il triplo delle ore, è estremamente diffuso sul territorio fiorentino.  Così come frequentissimo è il mancato rispetto, da parte delle imprese cinesi, delle più elementari norme sulla sicurezza sul lavoro (dagli ultimi controlli eseguiti dalla Regione Toscana risultano irregolari il 72% delle imprese cinesi finora controllate, in tutti i settori, nel comprensorio di Firenze, Prato e Pistoia). Per non parlare poi della contraffazione, tanto che 5 delle province italiane più esposte a tale rischio in campo manifatturiero sono proprio toscane: Prato,  che è la provincia più a rischio d’Italia, Firenze, che è la 3°,  Arezzo, la 4°,  Pistoia, la 5° e Pisa l’8°. Basta ed avanza per parlare di concorrenza sleale a danno degli artigiani onesti che pagano le tasse, garantiscono lavoro e sicurezza ai propri dipendenti ed esigono il giusto compenso orario” spiega Niccolò Giannini, presidente dei Pellettieri di Confartigianato Firenze. E il giusto compenso orario è proprio uno dei temi più spinosi di un comparto in cui almeno l’80% dei pellettieri lavora come conto terzista, direttamente o in secondo livello, per una grande griffe. “Dopo lunghe trattative avviate in Camera di Commercio tra le associazioni degli artigiani e quelle degli industriali, nel 2012, è stato concordato un costo di lavoro non inferiore a 0,32 centesimi/minuto. Ma il numero degli artigiani costretti a lavorare anche a 0,29 centesimi/minuto,  pur di non perdere la fornitura, non è certo irrisorio. Così come le richieste da parte delle griffe di eseguire le commesse in minor tempo (con il che il costo orario si riduce ulteriormente). Oltre a questo, si rimarca il fatto che il costo minimo è solo un suggerimento, non un obbligo. Una specie di indicatore, sia per il contoterzista che per la griffe,  della soglia di concorrenza sleale”, aggiunge Giannini. Le soluzioni per Confartigianato non passano solo dall’attività repressiva. “I controlli sono sacrosanti – spiega Giannini – ma devono essere affiancati da altre azioni. La definizione di un vero Made in Italy, per esempio, chiaro, preciso e non aggirabile dal punto di vista normativo come consente di fare la legislazione oggi vigente che, infatti, permette di effettuare l’80% della lavorazione all’estero (specie Bulgaria, Romania e Cina) per poi essere terminata in Italia ed essere marchiata come Made in Italy. Non deve essere una denominazione di cui ci si può appropriare con la localizzazione in Italia di tre sole fasi della lavorazione (imballaggio compreso), ma un indiscutibile attestato di alta qualità attribuibile solo con una produzione che si svolga internamente, dalla A alla Z, sul territorio italiano”.

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