Gifuni e l’amarezza dell’italiano Gadda

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E’ la solita Italia, quella che Fabrizio Gifuni ci racconta con rabbia, delusione, prigioniero di una forza espressiva che contamina ogni parola, portando in scena “L’ingegner Gadda va alla guerra”. L’Italia che sogna in grande e poi si riscopre piccola, ogni volta che quel sogno crolla come un castello di carte, per l’incapacità di pensare e agire veramente in grande, al di là delle smanie velleitarie di chi il paese lo ha gestito con approssimazione, animato perlopiù da un personalismo che lo rende incapace di penetrare il mondo reale. E’ l’Italia che nel primo conflitto mondiale si crogiola nei proclami, ma non esita a mandare i suoi fanti sui monti con le scarpe di cartone, che si sciolgono dopo pochi giorni. E’ l’Italia che ha bisogno sempre di un capo carismatico, un’icona, un mezzo busto da seguire, di un imbonitore che poi la circuisce, come poi è accaduto con l’avvento del fascismo, ma anche in seguito, per fortuna non con gli stessi tragici effetti. Ed ecco il perché della rabbia, della delusione che l’italiano Gadda/Gifuni riversa sul palco della Pergola. Sono i sentimenti di un uomo che si scopre tradito prima di tutti da se stesso; perché non ci si può chiamare fuori dagli incantesimi collettivi, che ti fanno anche se per poco sentir partecipe di quel sortilegio, da cui poi ci sarà un risveglio amaro. (Maurizio Abbati)

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