Volontari, cuore di Toscana
Associazioni al bivio In regione si contano 23.899 istituzioni Non profit che coinvolgono quasi 500mila persone

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Una regione che in quanto a cuore non è seconda a nessuno, anche se quel cuore pulsante che è il volontariato ha bisogno di chi se ne prende cura e lo fa battere con il ritmo giusto. Perché non è un cuore che batte da solo, ma va sostenuto con politiche adeguate e coinvolgendolo nelle fasi decisionali, riconoscendogli così il suo ruolo. Cosa che non sempre capita, come dimostra la protesta delle ambulanze alla recente inaugurazione del nuovo ospedale di Prato.

Una Toscana che in base ai dati del 9° Censimento Istat in quanto a volontariato e per numero di realtà attive nel comparto del Non profit si riscopre al primo posto assoluto in Italia. Siamo a 23.899 istituzioni, che rappresentano il 7,9% del totale nazionale (301.191), con un incremento del 30,3% rispetto al censimento 2001 e un dato superiore alla media nazionale (+28%).

Un comparto che riveste ormai un ruolo importante anche sotto il profilo occupazionale. A livello regionale impiega  491.302 persone, di cui: 40.010 addetti, 18.736 lavoratori esterni, 371 lavoratori temporanei e 432.185 volontari. Numeri davvero elevati. Tanto che l’incidenza sulla popolazione è pari a 1.178 volontari per 10mila abitanti, quando a media nazionale è di 801 volontari per 10mila abitanti. Ci sono però ampi margini di sviluppo per quanto riguarda la creazione di veri e propri posti di lavoro. Il rapporto tra addetti e popolazione appare infatti al di sotto della media nazionale, con 109 ogni 10mila abitanti, rispetto a 115; mentre più alto è il rapporto dei lavoratori esterni e dei lavoratori temporanei rispetto alla popolazione residente, con 52 lavoratori per 10 mila abitanti contro i 46 lavoratori della media nazionale.

Uno sviluppo occupazionale che però in Toscana sta creando qualche dubbio e ha generato la formazione di due correnti di pensiero: da un lato quanti vorrebbero un volontariato di soli volontari, dall’altra chi ritiene necessaria una professionalizzazione del settore. Volontari o professionisti dunque. Un bivio pericoloso a cui forse è possibile sottrarsi puntando su un approfondimento delle competenze da parte del volontario, a cui si associno comunque figure di supporto in grado di agire con maggior tempo a disposizione. Cominciando ad esempio dal servizio civile, che potrebbe essere sviluppato e diventare anche una sorta di apprendistato per l’inserimento nel sempre più vasto mondo dell’assistenza alla persona. (Maurizio Abbati)

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