Da Imu a Iuc, valzer di nomi ma le tasse non dimagriscono Ecco come funzionerà il nuovo tributo, che accorpa Imu, Tasi e la Tari. Rischio stangata per i rifiuti

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Sette orizzontale, tre lettere: il cruciverba pare non risolversi, quando ecco che le tasse ti vengono in aiuto. Già, perché per fortuna – ma solo degli enigmisti – le sigle che contraddistinguono i vari tributi da pagare sembrano variare con una velocità folle, tanto che alcune non riescono neanche ad entrare in vigore prima di essere sostituite. Purtroppo, a non variare sono l’esigenza di pagarle e il saldo, che alla fine per contribuenti non si riduce mai. E così, siamo ancora discutere sull’applicazione dell’ormai vecchia Imu sulla casa, con tutte le varianti sulla prima abitazione, le aliquote comunali e via dicendo, che già è stata battezzata la Iuc. No, non è il gridolino che emette nei suoi buffi sorrisi il Pippo disneyano, quello è Yuck, e nessuno lo teme. La Iuc è invece una sorta di paniere che contiene ben tre diverse tasse. A cominciare dalla cara Imu, cara non certo in modo affettivo, che sarà ancora pagata da tutti i proprietari di immobili, con l’eccezione delle prime abitazioni non di lusso, almeno se si risolve il problema dei Comuni che nel frattempo hanno alzato i parametri. C’è poi il Tasi, altrimenti detto tributo sui servizi indivisibili dei Comuni, che sarà corrisposto da tutti i proprietari di immobili, con una quota variabile a carico degli inquilini e servirà per far fronte alle spese per illuminazione, strade e via dicendo. Infine ecco la Tari, la formula rinnovata per la tassa sui rifiuti, che cambiando nome non cambia nella sostanza, cioè dovrà essere saldata più o meno come ora accade per la triade Tarsu/Tia/Tares.

Una tassa sui rifiuti destinata secondo Confcommercio ad incidere pesantemente sulle tasche delle famiglie, ma anche delle imprese, tanto che l’aumento medio dei costi rispetto alla Tarsu nel 2014 potrebbe arrivare addirittura al 290%, ma per alcune tipologie di impresa sembrerebbe essere ancora più salato: per un bar di oltre il 300%, per un ristorante del 480%, fino ad arrivare ad oltre il 600% per l’ortofrutta (+650%) e le discoteche (+680%).

Insomma, si cambiano i nomi ma la riduzione della pressione fiscale rimane una chimera. Anche perché i costi dello Stato non accennano a diminuire. Basti pensare al fabbisogno del settore statale relativo a settembre, dove a fronte di 27 milioni di entrate si sono registrati 42 milioni di euro di uscite, di cui 10 solo di interessi. Un gap che ha reso necessario una copertura con l’emissione di titoli per 15 milioni. Diventa dunque fondamentale ridurre il costo della macchina amministrativa se davvero si vuole arrivare a un abbattimento degli oneri fiscali a carico dei cittadini. Altrimenti non c’è cambiamento di nome che serva. (Maurizio Abbati)

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