Prezzi fermi, portafogli vuoti. Ma davvero la crisi è finita? Si parla di ripresa. Ma per Confcommercio i prezzi al dettaglio sono fermi, anzi in calo. Brutto segno

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Tasse, tributi, spese fisse: tutte voci che pesano sempre più sul portafogli delle famiglie. Tanto che per l’acquisto dei beni di consumo rimane sempre di meno. E si attende, rinviando il più possibile, di cambiare l’auto, così come di comprarsi un nuovo cappotto e un paio di scarpe, troppo costosi per le nostre tasche anche a saldo. E non perché i prezzi al dettaglio siano lievitati, ma proprio perché non ci si arriva più.

Anzi, come fa notare Confcommercio Toscana, i prezzi nella nostra regione negli ultimi anni sono rimasti pressoché invariati. E solo quelli alimentari hanno tenuto il passo, facendo registrare dal settembre 2012 a quello del 2013 un +2,2%, mentre quelli dei non alimentari si sono dovuti accontentare dello 0,4%, con nello specifico il capitolo mobili e prodotti per la casa dell’1,1%, mentre l’abbigliamento e calzature addirittura avrebbe fatto un passo indietro, facendo segnare un -0,1%. Prezzi fermi dunque, così come gli acquisti. E Il direttore generale di Confcommercio Franco Marinoni mette in guardia:  “può sembrare una bella opportunità per i consumatori, che con i prezzi più bassi hanno l’illusione di recuperare potere d‘acquisto. Ma è solo sintomo di un’economia stagnante: con margini di guadagno sempre più ridotti le imprese rischiano il collasso e con loro cadrà anche l’occupazione. Allora sì che ci saranno problemi per tutti”. Già, perché se i prezzi di anno in anno non crescono è un chiaro sintomo di un’economia in recessione. “Se i prezzi sono stabili o addirittura in discesa è solo per invogliare un mercato fermo”, prosegue Marinoni, “non è per un eccesso nell’offerta né per l’effetto positivo della concorrenza”.

Bene. Ma se i prezzi sono rimasti invariati, perché ci sembrano comunque troppo alti? Forse perché negli anni passati hanno viaggiato troppo, complice una corsa all’acquisto di massa interrotta bruscamente solo dalla crisi? O anche perché su quei prezzi incide in modo determinante la fetta destinata a coprire gli oneri fiscali e tributari? Cioè: quanto finisce realmente nelle tasche di chi vende? Forse meno degli anni passati. E in quelle di chi produce? Poco, davvero. Coldiretti segnala che “per ogni aranciata venduta sugli scaffali a 1,3 euro al litro, agli agricoltori vengono riconosciuti solo 3 centesimi per le arance contenute, del tutto insufficienti a coprire i costi di produzione e di raccolta”. Di certo c’è che nelle tasche di chi compra i soldi sono sempre di meno. (Maurizio Abbati)

 

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