Appello alle griffe della moda dopo la tragedia di Prato Cna e Confartigianato chiedono il rispetto delle leggi sul lavoro e lanciano un’operazione trasparenza

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Regole uguali per tutti e un sistema di controlli che ne garantisca il rispetto. E’ questo il presupposto per evitare lo sfruttamento del lavoro e tragedie come quella del Macrolotto di Prato, che pesano e che speriamo almeno scuotano le coscienze. Una strategia finalizzata a eliminare le condizioni che finora “hanno fatto da humus a situazioni non degne di un Paese civile e a cui, anche Firenze, potrebbe non essere immune”. E’ quanto chiedono Cna e Confartigianato Firenze, sottolineando la necessità di non usare due pesi e due misure e attuare un sistema di controlli paritario per le aziende italiane e quelle straniere, che non si “accanisce su temi di secondaria importanza e chiude un occhio sugli aspetti essenziali”. Insomma, a chi troppo e a chi nulla.

Rispetto della legalità che resta l’unica garanzia di sviluppo equilibrato per un sistema in cui la presenza delle imprese straniere, e soprattutto cinesi, assume in alcuni settori un ruolo sempre più rilevante. Secondo i dati della Camera di Commercio infatti, a Firenze le aziende straniere sono ormai il 15,2% del totale (14.151 su 93.502), tanto che la città si pone al secondo posto assoluto come tasso di imprenditoria straniera dopo Prato (26,1%). Una percentuale ancora più elevata se si prendono in considerazione alcuni determinati settori, soprattutto la moda, dove le ditte cinesi rappresentano ormai l’82,6% per l’abbigliamento e il 94,5% per la pelletteria, ma aumentano anche nell’ingrosso (32,8%) e i servizi alla persona (24,4%).

I presidenti delle due associazioni di categoria dell’artigianato, Andrea Calistri e Gianna Scatizzi, chiedono così l’avvio di un tavolo di concertazione che prenda le mosse proprio dal comparto moda, a cui siedano istituzioni, sindacati, aziende e grandi griffe, per lavorare su legalità, tracciabilità e accordi di filiera, finalizzato a contenere il fenomeno dello sfruttamento di manodopera e vere e proprie forme di costrizione, se non di schiavitù, per produrre con pochi spiccioli quello che poi sui mercati internazionali renderà una fortuna.

“C’è già una parte della filiera della moda che si è ripulita da questo sistema e punta sulla qualità del lavoro. Noi vorremmo fare un’operazione di marketing territoriale – spiega Calistri – per lo sviluppo del settore”. Una Toscana capitale della moda dove il prodotto sia il risultato di un investimento sulla capacità produttiva e non di una corsa al risparmio. (Maurizio Abbati)

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