Magniarredo, storia
del tessile italiano

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La storia dell’azienda scorre sotto gli occhi del visitatore nelle stanze di rappresentanza  della Magniarredo, l’azienda pratese che ha la sua sede nel territorio di Fontanelle. Un ampio corridoio introduce nel grande ufficio con scrivania e  tavolo ovale, tutto declinato in stile anni ‘70. “Non abbiamo cambiato nulla di quel periodo” ci dice il titolare, Marcello Magni. Erano quelli gli anni d’oro dell’azienda, quando ancora la Magniarredo era tutt’uno con la Magniflex , produttrice di  materassi.

“In quell’epoca raccoglievamo il frutto del boom economico degli anni ‘60. Perché nel dopoguerra tutti dovevano rifarsi una casa e noi si decise di scendere nel campo dei tessuti per l’arredamento”.

Chi era che non desiderava un divano in salotto? E di divani e poltrone ne devono essere usciti fuori tanti, a giudicare dalle centinaia di pezze-campionario che campeggiano alle pareti della stanza e sugli stand, file e file di stoffe damascate, dai pregiati disegni  jacquard. Sugli scaffali trofei di gare ciclistiche, testimonianza di quando i due fratelli Franco e Giuliano, fondatori della ditta,   finanziavano una squadra di professionisti, gente come Crepaldi, Johansson, Vannucchi, Motta …

“La fabbrica  è nata nel 1964 proprio qui – racconta ancora Marcello Magni -. Iniziò con la vendita degli scarti della lana. Questa lana proveniva  dalla lavorazione dei filati, nel passare attraverso le macchine si forma una specie di laniccio. Questo materiale all’epoca veniva raccolto e venduto e in seguito impiegato in ambito agricolo. È un ottimo fertilizzante, serviva  come concime per gli olivi. Lo si usava, qui a Prato, a Lucca, in Sicilia. Ora questo non esiste più. Fu il nonno a iniziare a produrre prima i materassi, con questa lana di risulta, e poi tessuti per l’arredamento. Nel dopoguerra tutti  rifacevano la casa, c’era molto mercato. La ditta è iniziata con tre dipendenti e siamo arrivati nel 1951  a 51 dipendenti. Ora siamo in 21, anche troppi, e con la crisi c’è un regime di cassa integrazione  a rotazione”.

Come è cominciata questa fase di stallo del tessile?

“A Prato, negli anni 80, c’erano circa 12.000 telai, oggi ce ne sono circa 2.000 e diminuiscono sempre di più ogni anno.  La storia di Prato è un po’ la storia del capitalismo mondiale. Nel dopoguerra c’erano solo gli inglesi che facevano tessuti. Noi si fu più bravi a fare un prodotto che aveva un ottimo rapporto qualità-prezzo, che era fatto con gli scarti, con la roba usata, i famosi cenci, con materiale che altrimenti sarebbe andato al macero”.

Come si inseriva la fabbrica nel territorio di Fontanelle?

“A Fontanelle c’era  solo un’altra azienda, faceva tintoria e tessuti. Qui erano tutti contadini, in quegli anni era facile cominciare perché non c’era la burocrazia come oggi: solo per chiedere i permessi ci vogliono mesi. I miei genitori abitavano qui e intorno era tutta campagna. Dove nasceva una fabbrica il personale era tutto del posto. Si conosceva la famiglia e questa era l’unica garanzia, l’unico curriculum valido. Negli anni ‘60 fu inventata questa macchina che fa il velluto, sia unito che a jacquard, con quei macchinari ci siamo lanciati sul mercato internazionale. Anche la progettazione oggi ha una dimensione completamente diversa a prima, con il computer si riesce a fare tutto”.

 

Quali sono i vostri maggiori mercati?

“Come si dice spesso in questi ultimi anni, il mercato interno è poco vivace. Noi ci diamo molto da fare con l’estero, partecipando a fiere o andando direttamente fuori Italia. I paesi più importanti oggi per il nostro mercato sono la   Russia, gli  Usa  e l’Inghilterra”.

Quale futuro si prospetta per l’industria italiana del tessile?

“Temo che il futuro non sia roseo per il nostro comparto. Personalmente penso che l’industria tessile in Italia andrà sempre più a scomparire. Non ci sono protezioni dal mercato dell’importazione asiatica e pochissimi i controlli sui materiali che arrivano dall’estero”. (Rossella Rossi)

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